di Nicola Martinelli
da Notizie Radicali n. 1005 del 16 ottobre 2009
A chi appartiene la vita? Se ci chiedessimo: a chi appartiene la vita? Alcuni risponderebbero al suo titolare, altri a Dio, altri ancora alla società. Tutte e tre le risposte sono vere e degne di rispetto, dipende appunto dalla prospettiva dalla quale si guarda.
A chi appartiene la vita?
Se ci chiedessimo: a chi appartiene la vita? Alcuni risponderebbero al suo titolare, altri a Dio, altri ancora alla società. Tutte e tre le risposte sono vere e degne di rispetto, dipende appunto dalla prospettiva dalla quale si guarda.
Da circa tre anni e soprattutto dal 9 febbraio 2009, giorno della morte di Eluana Englaro, il clima in riferimento alla riflessione su queste domande si è fatto incandescente. I media hanno parlato e continuano a parlare con insistenza e veemenza e a volte ingenerando confusione di temi eticamente sensibili, in particolare di: eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico. I termini non sono sinonimi, né si equivalgono.
Il TESTAMENTO BIOLOGICO è un documento scritto, un’esplicita dichiarazione attraverso cui una persona dichiara in piena lucidità mentale, quali terapie accettare o non accettare nel caso si trovasse in condizioni di incapacità in tema di trattamento medico, ossia: idratazione, alimentazione, ventilazione forzata. È uno strumento da far valere nel momento in cui la persona perdesse l’autosufficienza e quindi non fosse più in grado di autodeterminarsi a causa di gravi patologie, ictus, incidenti, stato vegetativo.
Medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, educatori, operatori socio sanitari, nel lavoro di cura si trovano spesso ad occuparsi di vicende di tanti uomini e donne che a causa di incidenti, patologie a prognosi infausta si trovano a vivere una vita che per molti di loro si rivela non vita. Il nodo più ostico da sciogliere riguarda la natura di alimentazione e idratazione artificiale. Sono terapie o sostentamento vitale? I paesi che hanno varato una legge sul testamento biologico le considerano terapie. Anche la Società Italiana di Cure Palliative, riferendosi al ddl Calabrò, testo licenziato recentemente al Senato ha scritto: “Questo disegno di legge, è evidente, ci imporrebbe, in ambito palliativo, di attuare delle pratiche contrarie al bene dei pazienti.” Il suddetto disegno di legge si presenta come rifiutato dagli specialisti e dalla stragrande maggioranza dei medici, e sarebbe causa diretta di inutili sofferenze in fase terminale.
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